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Let’s talk about percussion, drums and teaching!

Perché ho deciso di insegnare percussioni a scuola

Teaching percussion at school

Se insengo a scuola avrò ancora la possibilità di suonare? E che ne sarà della mia carriera artistica?

Queste sono due domande che mi hanno perseguitato quando, nel 2012, ho ricevuto la chiamata dal Liceo dove insegno tutt’ora. Avevo PAURA.

Paura di non poter più suonare e studiare i miei strumenti. Mi immaginavo a 50 anni suonati (in tutti i sensi), artisticamente morto, mentre insegnavo un paraddiddle a un ragazzino di 12 anni a 80 BPM di metronomo. Un’immagine abbastanza raccapricciante, eh?

Eppure sono sicuro che qualunque musicista, messo di fronte a una scelta del genere, si sia sentito un po’ come me in quel momento, facendosi quelle stesse domande che mi sono fatto anche io e che possono essere sintetizzate nel dubbio amletico: musicista o professore di musica?

 

SCELTA DI VITA O NECESSITÀ

Insegnante non si nasce, lo si diventa. Non esiste alcuna vocazione, chiamata, voce interiore e altre stupidaggini del genere. Esistono le opportunità, determinate condizioni lavorative del Paese dove vivi, e tanti altri fattori che con la sorte-destino-fato o semplicemente il desiderio a volte non c’entrano niente. Se poi insegnare ti piace e lo prendi come una missione, allora tanto meglio.

A me comunque è capitato così: ho finito la prima parte degli studi in Conservatorio, ho preso un titolo che mi ha consentito di insegnare nella scuola pubblica come supplente, la scuola pubblica mi ha chiamato per la prima supplenza annuale e io ho accettato. Fine della storia.

Solo che nel frattempo ho fatto alcune scelte che hanno inciso sulla mia carriera artistica. Ho deciso di specializzarmi nella didattica strumentale per conseguire una laurea di tre anni in Conservatorio che mi consentisse (o meglio che mi consentirà, dato che sto finendo l’ultimo anno) di accedere ad un posto più o meno stabile nella scuola pubblica.

Questo si è tradotto in pratica nel seguire dei corsi perlopiù inutili impartiti da persone che perlopiù non hanno mai lavorato a scuola e che perlopiù avrebbero volentieri fatto a meno di uno studente come me…

Questo ha avuto comunque un effetto immediato: dopo aver preso servizio a scuola ho dovuto smettere di girare l’Italia e l’Europa provando audizioni perché non avevo più il tempo di prepararmi tra il lavoro come insegnante e i corsi in Conservatorio.

Ma in fin dei conti non aspettavo altro. Come ho scritto nell’articolo “come preparare un’audizione in orchestra” mi ero stancato di studiare solo passi orchestrali e mi ero stancato di provare e riprovare audizioni. Lavorare a scuola mi ha perciò consentito e allo stesso tempo costretto a ripensare ai miei obiettivi dal punto di vista artistico.

 

LA SITUAZIONE LAVORATIVA ITALIANA

C’è da dire che la mia è stata una scelta anche in parte obbligata dalle condizioni del mercato del lavoro che si sono presentate da qualche anno a questa parte in Italia. La crisi ha colpito anche e soprattutto l’arte. Nel mio Paese, che viene riconosciuto nel mondo soprattutto per la sua arte, le orchestre hanno cominciato a chiudere una dopo l’altra.

Quelle dove lavoravo hanno iniziato a ritardare i pagamenti e la situazione si è aggravata di anno in anno. Diciamo che il momento storico per provare la carriera orchestrale non era proprio dei migliori.

Così ho preso la palla al balzo e sono scomparso dal giro dei “freelancers orchestrali”, termine figo per designare quei musicisti precari che girano in lungo e in largo lavorando con varie orchestre, suonando qua e là mentre fanno audizioni qua e là.

La scuola è stata la mia ancora di salvezza per passare da quella forma di precariato ad alto grado di rischio di disoccupazione – il freelancing orchestrale – a una forma di precariato a basso grado di rischio di disoccupazione – il supplente precario.

 

Teacher of music

EDUCAZIONE MUSICALE O STRUMENTO

Uno dei fattori che mi ha spinto verso la strada dell’insegnamento è stato anche la possibilità di scegliere se diventare un insegnante di strumenti a percussione o di educazione musicale. Di certo le prospettive sono totalmente differenti. L’unico punto in comune tra le due figure è lo stipendio, scarso in entrambi i casi.

Il fatto è che io penso di saper fare benino solo un paio di cose nella vita, cioè suonare le percussioni ed insegnarle. Ripeto, penso. Fatto sta che non mi ci vedo proprio seduto dietro a una cattedra, o peggio ancora in cerchio mentre insegno a 25 ragazzini una filastrocca musicale per fargli capire il concetto di struttura in musica (giuro, questo è ciò che ho imparato nei corsi di didattica, oltre a balletti, ad altre filastrocche e alla tecnica per suonare i flauti a coulisse).

Diventare un professore di strumenti a percussione mi consente di continuare ad occuparmi di quello che mi piace fare: sbattere sui miei tamburi, marimbe etc.

 

GRADUATORIE DI STRUMENTO MUSICALE

“Bene bene, ma è stato così semplice entrare nella scuola come supplente?” Sì, e anche questo è stato un fattore che ha agevolato la mia scelta.

Le graduatorie per alcuni strumenti musicali, come le percussioni, sono infatti relativamente vuote. A Padova, quando mi sono iscritto la prima volta nel 2011 eravamo in due. Io avevo il punteggio più alto e ho preso il posto al Liceo. Fine.

Probabilmente se non fossi stato al posto giusto al momento giusto a quest’ora farei altro. Di sicuro se la strada non fosse stata così certa fin dall’inizio non mi sarei inflitto i famosi 3 anni di didattica… (Lo so, lo so, a forza di parlare male di questi corsi di didattica sono diventato noioso, giuro che per questo articolo la smetto qui.)

 

INSEGNARE È (ANCHE) BELLO

Finalmente il pensiero che non poteva – moralmente – mancare. Insegnare è bello.

…A volte. Forse. Non sempre.

Ci sono dei giorni in cui continuo a chiedermi se ho fatto la scelta giusta. Di solito quando mi faccio queste domande è perché sto provando un “istinto omicida” verso l’allievo che ho davanti, per le più svariate ragioni. Capita.

Il fatto è che un professore che ama la sua materia spesso non concepisce che qualcuno dei suoi allievi possa non avere la sua stessa passione. Bene, prima ci si capacita dell’eventualità che può anche non essere così e meglio è.

La realtà è che di fronte a me ho un ragazzo o una ragazza con i propri sogni, le proprie aspirazioni e il proprio tempo che decide di dedicare allo studio degli strumenti a percussione. Io non posso pensare di formare dei “giovani Paolo Parolini”, né tanto meno dei “giovani Paolo Parolini percussionisti”.

Quello che posso – devo – fare è contribuire nel migliore dei modi alla crescita umana di questo individuo. Per farlo ho a disposizione la materia più bella del mondo, la musica, e posso insegnarla con gli strumenti più belli del mondo –  almeno per me – cioè le percussioni.

Questo è il mio lavoro e io cerco di farlo il meglio possibile. Ma rimane un lavoro, non una missione. E se non lo facessi bene, meriterei di essere licenziato.

Ma se ho scelto di continuare a fare questo lavoro è anche perché penso che insegnare possa essere il più bel mestiere del mondo. Questi pensieri mi vengono di solito quando guardo uno qualsiasi dei miei allievi suonare di fronte ad un pubblico. Se tu che mi stai leggendo sei un insegnante capisci perfettamente di cosa sto parlando. Ora, io non sono proprio capace di esprimere a parole quello che provo in quei momenti e rischierei di rovinare tutto se ci provassi. E poi mi commuovo facilmente.

Però se non ti è passato il messaggio te lo ripeto: insegnare è anche bello. Veramente bello.

 

 

Domanda: quali sono stati i tuoi “buoni motivi” per iniziare a insegnare? Lascia un commento!

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